Guidare la monoposto di Nuvolari a Monza: un brivido a 360 gradi
di Duccio Lopresto, foto Michele P. Casiraghi
 
La prima sensazione, quando ti metti al volante di una monoposto del 1948, è che non sei sicuro di dormire nel tuo letto alla sera. Sei completamente fuori dall’auto, seduto su una poltroncina dalla quale sarai sbalzato in caso di errore. Il volante, enorme, è molto vicino al corpo per permetterti di fare forza – di servosterzo allora non se ne immaginava neppure l’esistenza – e i pedali sono piccoli con la frizione che stacca inesorabilmente subito con la quasi certezza di spegnere il motore in partenza. E non basta: la nostra macchina, una Cisitalia D48 che fu guidata da Nuvolari al Gran Premio di Monaco, ha la leva del cambio in posizione centrale. In altre parole, stai seduto con la leva in mezzo alle gambe!

Già questo basterebbe a decidere che è meglio andare a bersi uno spritz al bar. E invece ci si mette anche la pista. Una pista storica e magica, quella di Monza. Ma non il tracciato di adesso, no! Quello con le curve sopralevate che fu usato negli anni 50 per una sfida tra monoposto americane di Indianapolis ed europee. Alcune garanzie ci sono: nessuna via di fuga, nessuna protezione dagli alberi lungo i rettilinei e, perfino, le famose “curvette” di porfido che quando piove diventano sapone.

Ci sono momenti in cui ti accorgi che è troppo tardi per tornare indietro. Il motore è acceso e tutti aspettano che tu parta. Nuvolari non ha mai avuto dubbi, penso, e riesco anche a partire senza spegnere il motore. Rumore infernale, scatto felino grazie ad un peso bassissimo. La sopraelevata arriva subito: è talmente ripida nell’inclinazione che si può solo decidere di farla forte. In caso contrario si rischierebbe di rotolare giù! E non esagero: per stare aggrappato alla macchina punto il piede al pavimeto e la schiena è ben schiacciata sul sedile. Va, va, va…comincio a capire, comincio a capire la passione di allora e l’entusiasmo del pubblico per quei temerari che sembrava non conoscessero il rischio. Comincio anche a capire che più vai, più pensi che questo non ci sia…

E’ il momento di fermarsi. Rallento, spengo, mi accorgo che ricomincio a respirare. Penso che dormirò a casa questa notte.

 
Driving Nuvolari’s single-seater in Monza: an all-round thrill ride.
by Duccio Lopresto, photos Michele P. Casiraghi
 
The first sensation when you get behind the wheel of a 1948 single-seater is that you may not make it home that night. You are completely outside of the car, sitting on a little seat that you will be thrown from if you make a single mistake. The steering wheel, which is enormous, is really close to the body to allow you to apply pressure – back then power steering wasn’t even a figment of anyone’s imagination – and the pedals are small with a clutch that goes out immediately, almost ensuring that the engine will quit at the start. What’s more, our car, a Cisitalia D48 that was driven by Nuvolari at the Monaco Grand Prix, has the gear shift right in the middle. In other words, you have to sit with the gear shift in between your legs!

At this point, you begin to wonder if it wouldn’t be better to go have a spritz at the bar. Yet, you get out on the track. A historic, magical track – the one in Monza. But not the modern course! It is the one with the elevated curves used in the 1950s for a race of American (from Indianapolis) and European single-seaters. There are a few things you can count on – there’s no way out, no protection from the trees along the track, and the famous “little curves” in porphyry stone will be as slick as soap if it rains.

There are moments when you realize it is too late to turn back. The engine is running and everyone is waiting for you to go. I don’t think Nuvolari ever had any doubts, and I’m able to start without killing the motor. Though the noise is hellish, the car springs into action with grace thanks to how little it weighs. The elevated part comes right away. It is so steep on the incline that all you can do is gun it. Otherwise, you’d roll down! And I’m not exaggerating – I hang on to the car by forcing my foot down to the floor and keeping my back glued to the seat. As it goes and goes and goes, I begin to understand the passion back then and the enthusiasm among the spectators for those fearless drivers who seemed to not understand the risk. I begin to understand as well that the more you go, the more you forget it’s there.. It is time to stop. I slow down, turn off the engine, and I realize I can breathe again. I think I will make it home tonight.

It is time to stop. I slow down, turn off the engine, and I realize I can breathe again. I think I will make it home tonight.
 

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